Riprendiamo il tema delle colture che non producono un raccolto. Conosci tutti i benefici che possono portare alla tua azienda? Oggi scendiamo nello specifico e analizziamo la tecnica del sovescio: come puoi implementarla in orticoltura e tra quali soluzioni puoi scegliere. Buona lettura!

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Le colture che non producono raccolto sono inserite negli avvicendamenti aziendali con lo scopo di proteggere il suolo e di migliorare la fertilità e la biodiversità dei terreni. Queste colture sono note col nome di sovesci, perché un tempo erano colture che, quando ancora verdi, venivano “sovesciate nel terreno” con l’aratro. Oggi i sovesci si definiscono anche colture di copertura (cover crops) o di cattura (catch crop) con lo scopo di enfatizzare alcuni dei ruoli importanti svolti da queste colture. Gli anglosassoni, più prosaicamente, le definiscono anche green manure, cioè il letame verde, perché può, appunto, sostituire le deiezioni animali nella concimazione organica dei terreni coltivati. Affronteremo però la tematica del sovescio con un occhio rivolto all'orticoltura e, in particolare, all'orticoltura in serra proponendo alcune soluzioni pratiche. Le immagini riproducono prove dimostrative di colture da sovescio in serra realizzate da Sata S.r.l., società di consulenza agronomica.

In orticoltura i cicli produttivi si susseguono con rapidità lasciando poco spazio per l’introduzione di un sovescio. Peraltro, proprio in orticoltura, dove, solo raramente, gli avvicendamenti colturali sono attuati in misura adeguata e soddisfacente, il sovescio diventa tecnica basilare per contrastare il deteriorarsi della fertilità. Il terreno rischia di raggiungere rapidamente quelle condizioni che possiamo definire come stanchezza del terreno. Per evitare questa deprecabile situazione oltre alle rotazioni (sempre utili e necessarie), è importante inserire nel ciclo produttivo un sovescio. L’idea di far “riposare il terreno” evitando per un certo periodo lo sviluppo di vegetazione è un mito da sfatare. Infatti, tale pratica, oltre a rappresentare uno spreco sotto il profilo ecologico, porta il terreno verso un impoverimento degli elementi nutritivi, una riduzione della sostanza organica e non ha alcun effetto su patogeni e parassiti, poiché possono sopportare l’assenza di piante ospiti non per mesi, ma per anni!

In pieno campo, con cicli di produzione primaverili-estivi, l’orticoltore può utilizzare l’autunno-inverno per fare il sovescio, avendo cura di scegliere le piante per la cover crop fra le specie microterme, come ad esempio le graminacee invernali, la colza e alcune leguminose, queste ultime soprattutto al centro-sud. Viceversa, con cicli di produzione estivo-invernali (come accade per le cicorie) o con inizio nella tarda primavera (come per le solanacee da bacca) si possono inserire colture da sovescio primaverili. La scelta delle specie in quest’ultimo caso è molto ampia e offre l’opportunità di perseguire anche altri obiettivi rispetto a quelli comunemente attribuiti a questa tecnica virtuosa. Inoltre a primavera i tempi per lo sviluppo del sovescio possono essere brevi e quindi può essere più facile includerla nella rotazione aziendale.

sovescio-tunnel.jpgNell'orticoltura in serra, soprattutto in serra calda, lo spazio per inserire una coltura da sovescio è difficile da recuperare. Va però evidenziato che il ciclo, proprio perché si svolge in ambiente protetto, può essere molto breve riducendosi a 30-40 giorni nelle stagioni favorevoli, più lungo in quella invernale. Nelle serre dedite alla produzione d'insalatine da taglio per la IV gamma, dette baby leaf, l’introduzione del sovescio all'interno dei cicli colturali con cadenza biennale o, meglio, annuale, offre molte opportunità. La prima riguarda un’interessante diversificazione delle colture in rotazione (spesso limitate a due o tre famiglie botaniche), potendo scegliere specie di famiglie diverse da quelle coltivate.

Per fare una scelta consapevole è bene capire gli effetti che una specie diversa da quella coltivata può generare: immissione nel terreno di sostanza organica caratterizzata da una diversa composizione biochimica; mantenimento nello strato esplorato dalle radici di elementi nutritivi altrimenti dispersi nell’ambiente; estrazione dal terreno di elementi nutritivi non assorbibili dalle specie coltivate; diversa azione meccanica svolta sul terreno dalle radici (fascicolate o fittonanti, superficiali o profonde, …); produzione di essudati radicali e allelopatie verso le infestanti; diverso rapporto instaurato con i patogeni e i parassiti delle colture principali; azioni positive sulla biodiversità e in particolare sugli insetti utili fungendo da zone rifugio per crisope, coccinelle, ecc.

 

Il sovescio per contrastare i parassiti

In serra, dove le scelte produttive possono essere minori, tanto da rendere difficile adottare una rotazione colturale efficace, l’impiego di piante caratterizzate da un’azione che contrasta i patogeni e i parassiti può essere molto interessate.

Alcuni parassiti, come i nematodi, i ferretti (larve di Elateridi) e le larve delle nottue, sono risvegliati dalla loro quiescenza quando percepiscono la presenza di piante-ospite e seguendo la traccia chimica rilasciata dalla pianta (ignara di ciò) raggiungono le radici di cui si cibano. Alcune piante, come ad esempio i Tagetes spp., la Lantana camara, l’Asparagus officinalis o la Crotalaria juncea attirano i nematodi, come ad esempio quelli della famiglia delle Meloidogyne o dei Rotylencus, ma poi il parassita, raggiunte le radici, scopre che non riesce a cibarsene andando incontro a un rapido deperimento. Altre sono definite piante trappola, come il Solanum nigra, che consente al nematode di collegarsi alle radici della pianta con il suo stiletto suggente e tale azione induce la pianta a produrre isotiocianato, una molecola che lo uccide. La letteratura in materia non è sempre coerente e bisogna porre attenzione al nematode che si intende contrastare, dato che alcune delle piante citate hanno effetti su alcune famiglie di nematodi e non su altre.

Altre piante trappola sono quelle appartenenti alla famiglia delle Crucifere o Brassicacae (fra le più efficaci citiamo Brassica nigra, Eruca sativa, Raphanus sativus, Sinapis alba, ecc.) che rilasciano nel suolo sostanze (glucosinolati e glucosidici) che liberano isotiocianati (sostanze volatili – da qui il nome di biofumigazione) e nitrili durante lo sviluppo e durante la loro decomposizione (soprattutto se ben sovesciate). Questa sostanza attenua lo sviluppo di molti organismi del suolo (funghi, nematodi, insetti) contribuendo a mantenere bassa la carica di patogeni e parassiti. Al contempo alcune di queste piante, come la Crotalaria juncea favoriscono lo sviluppo di funghi predatori di nematodi. Tutte, col sovescio forniscono sostanza organica (verde) che favorisce lo sviluppo di microrganismi che hanno un’azione (indiretta) positiva sul terreno e sulle colture successive attraverso fenomeni di omeostasi.

Va peraltro precisato che per la biofumigazione sono state selezionate alcune varietà di rafano e di altre brassicacee capaci di accumulare nei loro tessuti un elevato contenuto di glucosinolati, che è massimo durante la fioritura, potenziando la loro azione biocida. Per migliorare la loro azione biocida è necessario eseguire una trinciatura prima dell’interramento che però non deve mai essere profondo. Ottimo per questo scopo sono le interratrici che tendono a distribuire il residuo vegetale sminuzzato nella fascia sotto-superficiale del terreno.

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Graminacee in serra: una nuova strategia

L’uso di graminacee per il sovescio persegue una strategia diversa da quella prospettata, che può essere utile quando si vuole massimizzare l’accumulo di sostanza organica e migliorare la biodiversità all'interno della serra. Infatti, le graminacee appartengono all'ordine delle monocotiledoni e quindi sono piante molto “lontane” dalle orticole, tutte dicotiledoni. Le differenze tassonomiche fanno sì che orticole e graminacee non condividano malattie, che abbiano pochi parassiti in comune (solo quelli ampiamente polifaghi), che instaurino un rapporto diverso con il terreno e la sua biomassa vivente. Le graminacee in genere apportano molta sostanza organica caratterizzata anche da una decomposizione più lenta (e ciò è in molte situazioni un vantaggio), coprono bene il terreno soffocando le eventuali infestanti e sono dotate di radici fascicolate che aiutano a riequilibrare sotto il profilo fisico il terreno.  

Le graminacee idonee per i cicli estivi in serra sono quelle macroterme come il sorgo sudanese o sorgo gentile (più efficiente del miglio e del panico, anch’esse utilizzate), mentre per i cicli invernali l’avena strigosa (che va seminata in autunno o in primavera) è una specie di grande interesse. Sotto i tunnel freddi, nei cicli invernali si possono impiegare tutte le specie normalmente impiegate nelle cover crops di pieno campo, come ad esempio i cereali autunno-vernini, il loietto italico, le avene, ecc.

Il sorgo gentile è una pianta a ciclo C4 (come il mais), idonea all’ambiente caldo e umido della serra dove può esprimere il suo potenziale genetico in termini di velocità di accrescimento e di biomassa prodotta (fino a 6-7 t a ettaro di sostanza secca). Questa graminacea da foraggio ha, infatti, un precoce accrescimento e un notevole sviluppo fogliare e radicale. L’apparato radicale, se il ciclo di coltivazione consente di raggiungere la fioritura, va in profondità. In tal modo riporta nello strato di terreno esplorato dalle orticole i nutrienti assorbiti dalle sue radici in profondità.

All’avena strigosa è inoltre riconosciuto da alcuni autori il vantaggio di avere un’azione nematocida nei confronti delle specie della famiglia PratylencusL’impiego di graminacee, micro e macroterme, ha il pregio di introdurre nel ciclo colturale specie appartenenti ad una famiglia botanica molto diversa da quelle comunemente coltivate in serra.

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La senape bruna (famiglia Crucifere) in serra può essere seminata in qualsiasi stagione, in pieno campo in primavera. Svolge azione biofumigante, è caratterizzata da una rapida copertura del suolo e da un apparato radicale fittonante.  

L’avena strigosa ha il pregio di coprire bene il terreno, produrre molta biomassa e allelopatia nei confronti di molte piante infestanti. Ottima, inoltre, l’azione di cattura sui nitrati. Apparato radicale fascicolato che esplora e pervade bene il suolo.

 

Sovescio: miscugli e biodiversità

Anche in serra i miscugli da sovescio rappresentano la migliore soluzione. Quando non c’è una problematica specifica da contrastare, l’uso di miscugli consente di interagire con l’ecosistema serra su più fronti.

I miscugli più largamente utilizzati sono costituiti da specie appartenenti ad almeno due di queste tre famiglie botaniche: graminacee, leguminose, crucifere. Tuttavia, i miscugli possono essere creati a piacere, introducendo borraginacee come la facelia, o solanacee come il Solanum nigra, o poligonacee come il Polygonum fagopyrum, avendo ovviamente la cura di evitare specie che condividano patogeni e parassiti specifici con le orticole coltivate e non vi siano allelopatie.

Con il miscuglio si fornisce al terreno un apporto diversificato di sostanza organica, il terreno è “lavorato” da apparati radicali diversi e diverso è il rapporto biochimico e microbiologico instaurato dalle radici nel terreno. I miscugli, rispetto a specie singole, hanno quindi il vantaggio di aiutare i terreni degradati a recuperare più in fretta (si parla comunque di anni, almeno tanti quanti quelli impiegati per degradare la fertilità del terreno) condizioni di omeostasi e fertilità.

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Miscuglio di sole crucifere (rafano, senape bianca, ravizzone). Apparati radicali fittonanti che vanno in profondità, rapido sviluppo delle piante, azione biofumigante. 

  Miscuglio di graminacee e leguminose. Tipico miscuglio da sovescio che impiega specie azotofissatrici con apparato radicale fittonante (leguminose) con specie che assorbono molto azoto e hanno radici fascicolate (graminacee) impiegato per migliorare la fertilità in terreni poveri. Buona azione antagonista verso le infestanti.  

Miscuglio avena, colza da foraggio, senape bianca, veccia. Unisce i vantaggi offerti da tre famiglie botaniche diverse (graminacee, crucifere e leguminose) combinandoli insieme per una strategia ad ampio raggio idonea in serra per cicli brevi. 

Sovescio: la gestione a fine ciclo

In serra, a differenza del pieno campo dove possono essere percorsi sistemi di gestione alternativi, la cover crop va sempre interrata nel terreno per consentire la preparazione del letto di semina di semi minuti e il trapianto.

La profondità d’interramento deve essere ridotta, in genere mai superiore ai 20 cm, meglio se distribuita in tutta la fascia lavorata. L’attrezzatura indicata per tale operazione è senz'altro l'interratrice che, nelle versioni sovescio-interratrice1.jpgtecnologicamente più evolute, è in grado di operare direttamente su terreno sodo e con coltura in piedi. L’aratro va invece evitato sia per la traslazione del terreno e sia per l’eccessiva profondità alla quale, le odierne macchine, lavorano.

La trinciatura della coltura (ovviamente senza raccolta) prima dell’interramento non è di norma necessaria ma può essere utile per accelerare il processo di decomposizione come richiesto nella biofumigazione. Infatti, la trinciatura rende più rapida la degradazione del residuo vegetale riducendo le potenziali interferenze con la nuova coltura (meccaniche e biochimiche) e libera più rapidamente le sostanze biofumiganti, le componenti enzimatiche, gli elementi nutritivi.

Il momento più opportuno per eseguire l’interramento della coltura da sovescio è in genere l’epoca d’inizio fioritura (inizio spigatura per le graminacee) che per molte specie equivale al momento in cui la biomassa è prossima a raggiungere il massimo e la degradabilità della biomassa è ancora buona. Inoltre, intervenendo a inizio fioritura si evita la produzione di seme anche da parte di individui più precoci. Tuttavia, l’interramento del sovescio può essere anticipato quando è necessario avviare un nuovo ciclo colturale. Il beneficio apportato dal sovescio rimane significativo.

 

Conclusione

In questo articolo abbiamo analizzato la tecnica del sovescio e, nello specifico, quali sono le principali colture che possono essere inserite nel ciclo produttivo delle aziende orticole, in base ai diversi benefici che si vogliono ottenere. Questa tecnica di lavorazione è molto virtuosa, soprattutto in un'ottica di agricoltura sostenibile, poiché permette di ripristinare (ma anche migliorare) la fertilità e la biodiversità dei terreni.  

Per trarre i migliori risultati dal sovescio è bene che ogni fase del processo di lavorazione sia svolto con le macchine per orticoltura più adatte, soprattutto nella fase di interramento a fine ciclo, in modo da non disperdere l'azione benefica delle colture. Se dovessi avere bisogno di qualche informazione aggiuntiva o fossi interessato a scoprire nel dettaglio quale interratrice potrebbe garantire il miglior risultato alla tua azienda, contattaci! Il nostro team di esperti Forigo è a tua disposizione.

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Written by R&S Forigo

Divisione Ricerca e Sviluppo di Forigo Roteritalia. Team di esperti impegnati nello studio e nell'analisi delle principali tecniche agricole ed orticole utilizzate oggi. La conoscenza unita alla competenza sono il punto di partenza per il miglioramento continuo in uno scenario di innovazione e sviluppo tecnologico.


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